fa.r.m.

Dillo con parole tue

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Il linguaggio crea visioni e tratteggia persone ed eventi con più o meno oggettività.

Il linguaggio manipola la realtà assecondando gli scopi di chi racconta.

Il linguaggio non è mai casuale, anche quando sembra sgangherato e paradossale.

Le parole possono creare trappole comunicative che si ripetono per inerzia, le parole si svuotano del loro significato e così si perdono le sfumature del racconto.

Ed eccoci al paradosso: quando una parola entra nell’Olimpo del politicamente corretto, perde il significato originario perché se ne abusa fino ad usurarla, perché ci si comprimono dentro contenuti simili, perché  approfondire il linguaggio è più faticoso che adeguarsi all’abitudine, perché l’’ipocrisia va a caccia di parole ma sorvola sui concetti.

Migrante è diventato il porto sicuro: è l’approdo poetico di un viaggio, di un cammino. Un cammino partito da vu cumprà, passato per extracomunitario, soffermatosi brevemente su clandestino. Migrante ti fa sentire fico, c’è poco da dire, usi la parola giusta per definire uno sfigato che si fa mesi di deserto, mesi di schiavitù senza alcuna garanzie di uscirne. Peccato che così le sfumature si perdono, ma niente paura!  Arrivano in soccorso gli aggettivi! Ed ecco i “migranti economici”, i “migranti climatici” e se non basta i migranti sono una risorsa, non sono un costo, sono un’opportunità, in un loop di definizioni che cancellano le persone.

Qui stiamo parlando di chi si sforza di essere corretto ma la parabola contemporanea dello storytelling ricopre la realtà di una melassa che fa più danni di chi urla al bastardo islamico.

Occorre uno sforzo creativo,  un linguaggio che ascolta, che guarda,  un linguaggio che superi e integri i racconti.

Accreditato dall’ Ordine dei Giornalisti

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